The Last Tycoon: recensione della serie che racconta la magia del cinema





The Last Tycoon, serie Amazon che ha avuto forse meno battage di quello che meritava, è andata in onda quest’estate un po’ in sordina, con la sola eccezione degli affezionati di Matt Bomer, ma è stata un ottimo capitolo di scrittura e confezionamento, soprattutto per chi rimane affascinato dal cinema degli albori, dalla sua magia, dai momenti di vette epiche e di profonde meschinità, sapendoci unire, con qualche piccolo svarione, anche temi storici di una certa rilevanza come l’ascesa dei nazi-fascismi in Europa e la grande Depressione americana. Una confezione mirabile per The Last Tycoon Uno dei pregi maggiori di questo show è proprio la capacità di trasmettere pienamente il senso di fascino che trasudava negli albori del cinema, quel senso pionieristico e quasi amatoriale di un mondo nel quale stava iniziando a tramontare il romanticismo e stava iniziando ad entrare prepotentemente la finanza, la nascita dello show business, col tramonto dello show e l’ascesa del business. Il personaggio interpretato da Bomer, in questa rivisitazione dell’ultimo romanzo rimasto incompiuto di Francis Scott Fitzgerald, è proprio l’incarnazione di questo cuore del cinema originario, un cuore che anche fuori metafora è sempre più debole e schiacciato da interessi che sono sempre meno legati all’arte. L’interpretazione di Bomer, di questo ultimo Tycoon, è intensa, tanto quanto quella del suo socio, Pat Brady, interpretato da un bravissimo Kelsey Grammer (Frasier, Boss, Panters), attore troppo spesso sottovalutato, ma capace di costruire personaggi solidi e mai eccessivi.

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Pubblicato il: 28 Agosto 2017

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