n un fondo del “Corriere” Alberto Alesina sembra sorprendersi dei risultati di uno studio che dimostra, con dati empirici, che, quanto a vedute sulle cose del mondo, gli europei in generale, almeno quelli occidentali, siano divisi più o meno quanto lo sono gli abitanti di ogni singolo paese.Perché allora, si chiede, tanta ostilità nei confronti dell’Unione Europea? Francamente, le motivazioni che egli porta non mi sembrano però cogliere il cuore della questione, che proprio un liberale dovrebbe capire meglio degli altri. Il fatto è che l’Unione Europa si presenta come una “costruzione”, cioè come un “progetto razionalistico” e illuminiistico: un esempio tipico, direi, di quel “razionalismo in politica” nei cui confronti ci aveva messo in guardia, in pieno Novecento, il filosofo inglese Michael Oakeshott.Che i popoli europei abbiano un idem sentire non deve sorprendere perché è evidente che la nostra storia conflittuale ha cementato nei secoli una cultura comune che è nata dalla convergenza e integrazione soprattutto di due tradizioni: la greco-latina è la giudaico-cristiana.È la cultura occidentale, fondata sulla libertà individuale e una realistica saggezza politica. Dire Europa o dire Occidente indica la stessa cosa: uno spazio ideale che geograficamente si è esteso a un certo punto fino all’America, la quale nasce proprio dall’espulsione delle tribù indigene, con le loro culture, e dalla loro sostituzione forzata (la storia non è un pranzo di gala) con le popolazioni provenienti dal nostro continente.Non è un caso che l’Unione Europea abbia funzionato fino a quando, in un’ottica di “guerra fredda” e di difesa dei valori occidentali, si è posta come un’alleanza politica e militare di stati che erano tutti dalla stessa parte della barricata e potevano godere dell’ombrello protettivo della superpotenza americana
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