
di Maria Letizia Ghidini* A un anno dalla morte dello scrittore americano Philip Roth – avvenuta il 22 maggio 2018 – percorrere le pagine di Pastorale americana (Einaudi) ha il sapore spietato di una profezia. L’ironia tagliente e profonda di Roth crea l’illusione di trovarsi di fronte a una scrittura che disarma e solleva al tempo stesso. Eppure non c’è niente di leggero e svincolante nella storia di Seymour lo Svedese; niente di compiuto e intatto nella storia del secolo che ci ha preceduto. Esiste una letteratura ancora intransigente e coraggiosa che scandaglia fino al fondo drammatico dell’esistenza ed eviscera tutte le verità, senza filtri, senza compromessi. Pure se ciò significa entrare a gamba tesa dentro la vita di un ex campione americano, sposato con una reginetta di bellezza, la cui unica figlia si trasforma, a sedici anni, in una terrorista omicida. Roth racconta la sua pastorale con una padronanza di scrittura e una lucidità magistrali.
Per leggere il resto dell’articolo devi collegarti direttamente sul sito della fonte:

