
Cara Bialetti ti scrivoIl design storico italiano alla prova della contemporaneitàCara Bialetti, ti scrivo dopo che hai chiuso il primo semestre 2018 con una perdita di 15,3 milioni di euro ed un calo di ricavi del 12%. È pesante non c’è che dire ma non riesco a cedere alla malinconia dell’Italia del boom, sei un marchio come gli altri le cui geniali intuizioni corrose dal tempo ora stanno bene solo in soffitta. Sei un’azienda vecchia che ha cercato malamente di reinventarsi puntando sulla propria italianità, quello che hanno fatto tutti, tutti quelli che alla fine sono falliti.La storiella del fast living che distrugge le buoni abitudini del mondo è soltanto una favoletta che se proprio ci tenete potete raccontare ai bambini perché proprio tu, cara Bialetti, sei stata l’emblema di questa tanto abusata parola. Con la tua moka infatti facesti fuori “la napoletana” che a casa mia ancora chiamano cuccumella. Quella sì che mostrava il lento vivere non certo voi che proiettavate il futuro nel risparmio di tempo che l’utilizzo del vostro brevetto avrebbe ed effettivamente ha comportato.Ma non basta, su Facebook (non “i social” che sono solo l’altro modo di chiamare Facebook) praticamente non esisti, i tuoi post hanno, quando va bene una cinquantina di “mi piace”, nessuno ti condivide, nemmeno quando offri il caffè gratis. Le foto sono stereotipate, banali, alcune sono proprio brutte e si vede: due mi piace e zero condivisioni
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