
Hanno tutti torto. Nel caso che ci ha intrattenuti nel weekend, quello in cui la cultura alta (qualunque cosa essa sia) si sente offesa da Chiara Ferragni fotografata davanti a un Botticelli in una pausa d’un servizio di Vogue Giappone scattato agli Uffizi, hanno tutti torto, come d’altra parte sempre accade nelle polemiche social, una categoria filosofica che è sempre una gara a chi è più scemo o sa peggio sostenere le proprie ragioni. Hanno torto gli offesi, quelli che cianciano di “mercificazione della cultura”, evidentemente convinti che Michelangelo dipingesse gratis. Hanno torto i difensori, quelli che “criticare Chiara Ferragni è maschilismo”, come se criticare donne uomini piante non fosse il passatempo quotidiano dei passanti sui social network. Ha torto il marito della Ferragni, che dice che le contaminazioni tra pop e arte sono continue ma solo con la Ferragni si fanno polemiche. Il suo è il torto più interessante. È un equivoco comprensibile, il suo: non ha un Google Alert su Beyoncé, e quindi non è al corrente delle prefiche della cultura che ne piangono la morte quando Beyoncé e Jay Z girano un video al Louvre. Crede, com’è tipico dei millennial, che le cose accadano per la prima volta quando accadono a lui o a un suo familiare. Ignora che indignarsi per le contaminazioni (una parola fessissima, chiedo scusa per averla utilizzata) è lo sport preferito dall’intellettuale italiano – ma non solo italiano. Nel 2017 i greci, non esattamente un’economia florida, rifiutano 56 milioni da Gucci (la cifra è poi stata elegantemente smentita dall’azienda) per una sfilata all’Acropoli.
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