
Un recente studio ha suggerito che una conseguenza dell’epidemia di oppioidi consiste in un netto incremento della frequenza delle endocarditi infettive associate al loro uso. I ricoveri per questa causa sono infatti aumentati di 13 volte fra il 2007 ed il 2017, ed il 42% degli interventi chirurgici correlati è stato praticato su soggetti che facevano abuso di droghe, il che indica un cambiamento drammatico nel profilo demografico e clinico dei pazienti sottoposti a questi interventi, come affermato dall’autore Asher Schranz dell’Università del North Carolina. Per quanto sussista un’elevata consapevolezza del rischio di HIV, epatite C ed overdose con l’abuso di droghe, non si pensa all’endocardite infettiva come un problema importante in questo contesto, ma il presente studio suggerisce che si tratti di una conseguenza non insolita, che pone il paziente a rischio di lunghe degenze ospedaliere. L’endocardite infettiva infatti necessita di una terapia antibiotica parenterale di 6 settimane, e nei pazienti con anamnesi di abuso di droghe si considera spesso appropriato l’uso di un catetere venosi. La lunga degenza che il paziente deve affrontare però offre un’opportunità per coinvolgerlo nelle pratiche necessarie a liberarlo dalla dipendenza, il che risulterebbe anche conveniente in quanto i costi del trattamento dell’endocardite infettiva superano di gran lunga quelli del trattamento dell’abuso di oppioidi anche nell’arco di diversi anni. Come ipotizzato da alcuni esperti, queste infezioni si devono probabilmente a stafilococchi e streptococchi che si trovano sulla cute e penetrano nel flusso ematico quando la droga viene iniettata.
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