
Non è vero che i partiti italiani di maggioranza e di opposizione non abbiano più un minimo comun denominatore. Uno ce l’hanno: l’allergia, comune e trasversale, al principio di realtà.Nessuno, né i pupulisti né gli antipopulisti, vuole arrendersi all’idea che la politica sia l’arte del possibile. Se ne stanno accorgendo i leghisti, che han visto sfumare la flat tax, l’abolizione delle accise e l’espulsione dei 600 mila clandestini (che poi nessuno sa quanti siano davvero), perché non ci sono i soldi e mancano gli accordi di rimpatrio. E se ne rendono conto i 5Stelle, che han dovuto rinfoderare i proclami anti-Tap (c’è un trattato internazionale, con possibili penali), anti-Terzo Valico (non serve a nulla, ma purtroppo è in fase troppo avanzata) e anti-Ilva (10 mila operai non si riconvertono con una diretta Facebook). Perciò era giusto che due movimenti che negli ultimi sette anni si erano gonfiati a dismisura all’opposizione fossero messi alla prova del governo.
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