Erano le 6.40 del mattino quel 3 ottobre 2013. Un’imbarcazione libica si inabissa a poche miglia dal porto di Lampedusa portando con sé 545 persone: sopravvivranno in 155 mentre saranno 366 i corpi recuperati. Inizia lo strazio del riconoscimento delle salme, le file infinite di bare e poi i racconti infernali dei sopravvissuti che avevano pagato 1600 dollari quell’unico biglietto per la vita, per attraversare il Mediterraneo.Quella mattina la sindaca di Lampedusa, Giusy Nicolini, mi chiama. Chiede aiuto, lo chiede anche a Legambiente, la sua associazione, di cui all’epoca ero direttrice generale. L’Isola è invasa di morti, di sopravvissuti, di giornalisti arrivati da ogni parte del mondo, di politici che atterrano, promettono e ripartono.Nessuno pensa alle esigenze concrete di una piccola amministrazione comunale travolta dall’evento e così come Legambiente mettiamo a disposizione 4 persone che circondano Giusy e si occupano di pratiche legali, comunicazione, mediazione culturale, organizzazione. Sull’Isola arrivano le Ong con i volontari che aiutano i familiari delle vittime, i sopravvissuti, gli abitanti di Lampedusa.La sindaca Giusy Nicolini denuncia con il passare delle settimane la solitudine e l’abbandono da parte delle istituzioni sino a rivendicare la “proprietà” di quei morti a cui pochi avevano voglia di dare degna sepoltura e giustizia.Sulle bacheche social di Legambiente, che in quelle settimane organizzava iniziative e raccolte fondi per Lampedusa, qualche flebile critica ed uno o due tessere stracciate (ringraziando il cielo) perché “gli ambientalisti non si devono occupare di migranti”.
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