
Riesce difficile immaginare due entità più distanti tra loro di Oxford e Grillo. L’università inglese evoca divise immacolate e dizionari rilegati in pelle, forse umana; muscoli di vogatori intenti a regatare contro Cambridge e il pensiero implacabile di Duns Scoto, grande maestro di logica: quanto di meno familiare a un discorso di Grillo. Il cui nome richiama l’improvvisazione di talento e l’illusione, alimentata dai rivoluzionari di ogni epoca, che si possa cambiare il mondo cambiando il mondo anziché se stessi. Uno strano derby, che forse non si sarebbe neanche dovuto giocare e che Grillo ha perso in trasferta, presentandosi agli studenti con una benda sugli occhi, come la valletta di un mago, e congedandosi da loro in una scia di fischi delusi e impietosi. Non che i giovanotti oxfordiani si aspettassero l’aplomb di un Draghi o il mimetismo di un Salvini, capacissimo di indossare la felpa di Oxford sopra il costume da canottiere. Si sarebbero accontentati di un po’ di educazione
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