
Nel gennaio scorso, il Tribunale di Milano ha condannato a 10 anni Edgar Bianchi, il violentatore seriale detto “il maniaco dell’ascensore”, che nel 2006 se n’era buscati altri 12 definitivi per una ventina di aggressioni sessuali, ma ne aveva scontati solo 8: 3 glieli aveva levati l’indulto, il quarto era scomparso grazie alle pene alternative previste dalla nostra generosissima legge penitenziaria.Nel 2014, tornato libero, aveva subito ricominciato, abusando di una tredicenne, puntata all’uscita da scuola e seguita fino al pianerottolo di casa. Sette mesi fa la Cassazione ha chiuso con una sentenza di prescrizione il processo per gli abusi sessuali commessi nel 2002 su una minorenne torinese prima dal padre e poi dagli “educatori” della comunità che la ospitava. Sedici anni non sono bastati per i tre gradi di giudizio, un po’ per le solite lungaggini processuali, un po’ perché qui la prescrizione non parte quando il reato viene scoperto, ma quando viene commesso. Un anno per le indagini, cinque per il processo di primo grado col rito “abbreviato”(tutti condannati), una lunga pausa prima dell’appello, altri tre anni per la sentenza di secondo grado (tutti ricondannati) e la solita prescrizione in Cassazione.Nel febbraio 2017, sempre a Torino, il Pg e i giudici d’appello avevano chiesto scusa al popolo italiano per un caso analogo: una prescrizione in secondo grado per un grave stupro di 20 anni prima
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