
Il ’68? Un anno da dimenticare. Ha introdotto in Italia l’irresponsabilità, la creatività individualista fine a se stessa ma unita al collettivismo, il ripudio del merito, lo strapotere delle ideologie.Si parla poco del ’68, eppure il 1° marzo ricorre l’inizio canonico delle celebrazioni del cinquantenario con il ricordo della “battaglia di Valle Giulia”, quando gli studenti attaccarono la polizia per il controllo della Facoltà di Architettura a Roma. Fu un pomeriggio rovente, che si concluse con centinaia di feriti (146 tra le forze dell’ordine, 478 fra gli universitari “rossi” e “neri”) più 10 arresti e 228 fermi.Due mesi dopo partì il maggio francese con la fusione della protesta di universitari e operai, mentre negli Stati Uniti la rivolta nelle Università assunse caratteri da Nuovo Mondo: pacifismo contro la guerra in Vietnam, e rivendicazioni razziali.Anche nell’Est Europa arrivò l’onda lunga della rivoluzione che coincise con gli otto mesi di esperimento riformatore di Dubcek, soffocato dai carri armati sovietici. La primavera di Praga significò però ben altro che il nostro ’68, che nelle sue componenti “rosse” era comunista (a dispetto dei distinguo interessati e, diciamo così, postumi).Ho un piccolo ricordo personale. Avevo 7 anni, nel ’68, ma qualche anno dopo mio padre si ritrovò nella Commissione per gli esami di abilitazione alla professione di architetto
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