Il silenzio di Aung San Suu Kyi sulle violenze contro i rohingya





Perché non li difende? In questo momento ci sono quasi 400mila rifugiati rohingya in Bangladesh, oltre un terzo di questa minoranza musulmana birmana. Scappano perché l’esercito birmano brucia i loro villaggi, li massacra, stupra le donne e spara sui bambini. Perfino la Cina, alleato instancabile della Birmania, ha votato mercoledì una risoluzione al Consiglio di sicurezza che chiede “passi immediati per far cessare le violenze” denunciando un “ricorso eccessivo alla forza”. Quando un giornalista gli ha chiesto se siamo di fronte a un’operazione di “pulizia etnica” , il segretario generale dell’Onu, António Guterres ha risposto pubblicamente: “Lei pensa di poter trovare un modo migliore per descrivere questa situazione?”. Davanti a un simile abominio il mondo si commuove, eppure Aung San Suu Kyi, la cui lunga ed eroica resistenza alla giunta militare che controllava la Birmania l’ha trasformata in una icona della non violenza, della democrazia e della lotta per il rispetto dei diritti umani, non ha ancora detto una parola di conforto per le famiglie scacciate violentemente dalle loro terre e dal loro paese.

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Pubblicato il: 15 Settembre 2017

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