
Che non sei capitato in un ristorante come gli altri lo intuisci fin dall’entrata, quando superi i tre porci alati in gesso appesi poco oltre la soglia e prosegui verso le scale accompagnato da una fila di grosse formiche d’argento che occupano uno scalino ciascuna e svaniscono una volta in cima per lasciare spazio a un vortice di farfalle nere. Ti viene incontro un uomo calvo che veste l’improbabile abbinata frac/bermuda e ti porge una mano con tre unghie smaltate di nero. E’ il direttore Javier Arroyo, il quale ti invita a seguirlo fino al tuo tavolo e poi ti isola dal resto della sala circondandoti con una tenda su cui sono ricamati degli occhi che ti fissano. Nella penombra si fa avanti un cameriere con le bretelle legate trasversali come le stringhe d’una camicia di forza, accende la candela al centro del tavolo e versa i primi calici di vino.
Per leggere il resto dell’articolo devi collegarti direttamente sul sito della fonte:

